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Uranio impoverito e malattie dei militari: come dimostrare il nesso causale e ottenere il risarcimento

L’esposizione all’uranio impoverito durante missioni internazionali, esercitazioni o attività svolte in particolari aree operative ha rappresentato per molti militari una situazione di rischio che può assumere rilievo sul piano giuridico. Quando, a distanza di tempo, insorge una patologia, la questione centrale diventa quella di dimostrare il nesso causale tra servizio militare ed esposizione a uranio impoverito e individuare la forma di tutela applicabile.

Il quadro normativo prevede infatti specifiche tutele per le vittime del dovere. L’art. 1, commi 563 e 564, della Legge 23 dicembre 2005, n. 266 ha esteso il riconoscimento a determinate situazioni caratterizzate da particolari condizioni ambientali od operative e da rischi superiori a quelli ordinariamente connessi all’attività istituzionale. Il successivo D.P.R. 7 luglio 2006, n. 243 disciplina le procedure e i criteri per l’attribuzione dei benefici.

È però fondamentale distinguere il riconoscimento dei benefici spettanti alle vittime del dovere dalla richiesta di risarcimento del danno nei confronti dell’Amministrazione. Si tratta di percorsi giuridici differenti, con presupposti e regole probatorie non coincidenti.

Uranio impoverito e malattie dei militari: come dimostrare il nesso causale e ottenere il risarcimento

 

Uranio impoverito e nesso causale: quali elementi possono dimostrare l’esposizione

Nelle controversie relative all’uranio impoverito e malattie dei militari, la ricostruzione dei fatti di servizio assume un’importanza decisiva. Occorre innanzitutto dimostrare che il militare abbia effettivamente operato in un contesto nel quale era presente il fattore di rischio, ricostruendo con precisione missioni militari, aree operative, esercitazioni, mansioni svolte e durata dell’esposizione.

Possono assumere rilievo, a seconda del caso concreto, gli ordini di missione, i documenti relativi ai trasferimenti e alle attività operative, i rapporti di servizio, gli atti dell’Amministrazione, le relazioni sulle condizioni ambientali e operative, nonché gli elementi provenienti da inchieste e relazioni istituzionali sull’impiego dell’uranio impoverito nelle aree militari.

Un passaggio particolarmente importante deriva dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione. Con l’ordinanza n. 7409/2023, la Suprema Corte ha ribadito che, nelle fattispecie riconducibili alla tutela delle vittime del dovere e caratterizzate da un rischio tipizzato, l’esposizione all’uranio impoverito può operare nell’ambito di una presunzione del nesso causale, una volta dimostrato il concreto inserimento del militare nell’ambiente di rischio previsto dalla normativa.

Il principio è stato nuovamente valorizzato dalla Cassazione n. 10874 del 23 aprile 2026, che ha riconosciuto rilievo alla presunzione di dipendenza causale prevista dagli artt. 1078 e 1079 del D.P.R. n. 90/2010, quando siano provati i fatti relativi alla presenza in ambienti nei quali vi sia stato utilizzo di proiettili all’uranio impoverito e conseguente dispersione di nanoparticelle.

La prova dell’esposizione costituisce quindi un passaggio essenziale: non è sufficiente richiamare genericamente una missione o un’attività militare, ma occorre ricostruire concretamente le condizioni operative nelle quali il servizio è stato svolto.

Risarcimento del danno: differenze rispetto ai benefici per le vittime del dovere

La richiesta di risarcimento danni per esposizione a uranio impoverito deve essere distinta dal procedimento finalizzato al riconoscimento delle prestazioni previste per le vittime del dovere.

Per il risarcimento trovano rilievo, in particolare, gli artt. 2043 e 2050 del Codice civile, oltre all’art. 2087 c.c., quest’ultimo quale espressione dell’obbligo di tutela dell’integrità fisica e della personalità morale nell’ambito del rapporto di lavoro, quando applicabile alla specifica fattispecie.

La differenza è fondamentale anche sotto il profilo dell’onere della prova del nesso causale. La Cassazione ha chiarito nel 2026, con la sentenza n. 18836, che la presunzione applicabile alle prestazioni previste per le vittime del dovere non comporta automaticamente un’inversione dell’onere probatorio nella distinta azione risarcitoria: in quest’ultima, il danneggiato deve dimostrare il collegamento causale tra condotta, esposizione e danno.

Per questo motivo, un’azione risarcitoria richiede una ricostruzione particolarmente rigorosa della condotta dell’Amministrazione, delle condizioni di servizio, dell’esposizione al rischio e dell’eventuale mancata adozione delle misure necessarie a prevenire il danno.

La giurisprudenza più recente dimostra quindi che uranio impoverito, servizio militare e nesso causale devono essere analizzati alla luce della specifica domanda proposta: riconoscimento dello status di vittima del dovere, attribuzione dei relativi benefici oppure risarcimento del danno. Confondere questi diversi piani può compromettere la strategia processuale e la corretta individuazione degli elementi da provare.

Per affrontare una situazione di malattia correlata al servizio militare e possibile esposizione a uranio impoverito, è quindi fondamentale ricostruire con precisione le condizioni operative e individuare il percorso giuridico più adeguato.

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